"Diario Vagabondo" di Liala


"Di splendido non ci sono che i ricordi, che qualche volta perdono, tuttavia, di splendore e diventano rimpianti"

Sono parole del "Diario Vagabondo" di Liala, un diario che spazia lungo l'arco di tutta una vita, da quando la scrittrice, bambina, era chiamata Ghinghi, a quando, molti anni dopo, guarda il mondo con occhi saggi e un poco malinconici. I ricordi di Liala sono ricordi d'amore: amore per i compagni della giovinezza, per una pecorella bianca che ricevette in regalo a cinque anni, per il suo lago sereno, per la vita. Amore, soprattutto, per il suo bel pilota, che dopo averle donato una breve stagiona di felicità, la lasciò sola, precipitando con il suo bolide rosso nelle acque azzurre del lago.

Ma quell'amore era stato "strisce di luce, di fulgore, di bellezza, stelle cadenti che partono e brillano" e a Liala era bastato per illuminare la sua vita.

Le pagine più belle: "Dianzi ho raccattato una foglia volata sul terrazzo della mia casa. Ha la forma di un cuore elegante, snello, giovane. Ma è morta. Ha il colore fulvo delle foglie che hanno finito di vivere. (...) Questa che ho fra pollice e indice sarebbe sola. Forse le verrebbe la malinconia, forse guarderebbe su alle altre sorelle e penserebbe: perché io sono già morta e le altre no?"

"Chiudo questi miei ricordi remoti e recenti con un altro sfogo della mia insanabile malinconia. Sono vecchia, oramai, ho concluso l'arco della mia vita spirituale; forse scriverò ancora qualche romanzo, forse no: non lo so dire."

"[Liala] è abbastanza simpatica e conserva tracce di una remota bellezza. Remota molto, ma che fa? Anche le stelle cadenti non arrivano sulla terra e sono belle lo stesso."







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